Racconti e poesie
In questa sezione raccogliamo racconti e poesie originali, voci piccole e grandi che cercano di dare forma alla memoria, all’immaginazione e ai sentimenti. Ogni testo è un frammento di mondo: storie inventate ma radicate nella nostra storia collettiva, immagini liriche che cercano di restituire atmosfere, luoghi e volti.
Il racconto che segue è ambientato nell’Italia del dopoguerra, nel novembre del 1951, e vuole evocare un giorno qualunque, sospeso tra fatica, speranza e ricordi.
14 novembre 1951
Il 14 novembre 1951 l’alba arrivò incerta, come se il cielo non fosse del tutto convinto di voler rischiarare le case basse di via del Forno. La nebbia si alzava pigra dal fiume, una coperta lattiginosa che inghiottiva i rumori e rendeva più distanti i passi, le voci, il cigolio delle biciclette. Anna si svegliò prima ancora che la sveglia suonasse: un riflesso nato negli anni della guerra, quando ogni rumore nella notte poteva voler dire qualcosa, o tutto.
Si alzò in silenzio per non svegliare i bambini e infilò la vestaglia logora. La cucina era fredda, le piastrelle screpolate sotto i piedi scalzi. Accese il fornello a gas e ascoltò il piccolo scoppio azzurro che riempì la stanza di un calore minimo ma rassicurante. Mentre il caffè saliva piano nella caffettiera annerita, Anna aprì la finestra: l’odore umido della nebbia e di carbone bruciato le arrivò al viso, portando con sé il suono lontano di un treno che partiva dalla stazione.
Pensò a Marco, suo marito, che a quell’ora doveva già essere sulla strada per la fabbrica. Usciva sempre prima dell’alba, la schiena curva sotto il cappotto troppo leggero, la borsa di tela con il pranzo preparato la sera prima. Lavorava dodici ore al giorno tra il rumore ferroso dei macchinari, e quando tornava a casa portava con sé un odore di olio industriale che Anna aveva imparato ad associare alla parola futuro. Non un futuro radioso, ma un domani almeno un poco più pieno del giorno precedente.
Quando i bambini si svegliarono, la luce filtrava appena tra le tende sottili. Lucia, la più piccola, si aggrappò alla gonna di Anna chiedendo se sarebbe venuto il sole, perché con il sole la strada per la scuola sembrava più corta. Carlo, che aveva già dieci anni e si sentiva grande, prese la sua cartella di cartone con un gesto deciso, come se dentro non ci fossero solo quaderni e matite, ma qualcosa di più pesante: l’attesa di una vita diversa.
La scuola era a poche vie di distanza, in un edificio costruito in fretta pochi anni prima, sulle macerie di una casa bombardata. Il maestro parlava spesso di sacrificio, di ricostruzione, di una patria da risollevare. A Carlo interessavano di più i racconti alla fine delle lezioni, quando il maestro, abbassando la voce, narrava di come era la città prima della guerra, dei tram affollati, dei cinema pieni di luci e risate. Per Carlo, nato tra il rombo lontano degli ultimi bombardamenti e il silenzio vuoto che ne era seguito, quell’altro mondo aveva il sapore di una fiaba.
Anna chiuse la porta di casa dietro ai bambini e rimase per un istante oltre l’uscio, la mano ancora sulla maniglia. Il corridoio odorava di minestrone e di sapone economico. Al piano di sopra, la signora Teresa tossiva la sua tosse lunga, che nessuno chiamava più con il nome della malattia ma con un generico “non sta bene”, come se le parole potessero trattenere la sventura fuori dalle mura sottili.
Scese in strada con il cestino della spesa al braccio. Il mercato rionale si teneva ancora nella piazza grande, dove le pietre portavano i segni scuri degli incendi e degli inverni. I banchi erano poveri ma rumorosi: voci che si sovrapponevano, mani che misuravano, sceglievano, rinunciavano. Anna sapeva già che avrebbe dovuto tirare ancora un po’ la cinghia, comprare più legumi che carne, chiedere a credito al fruttivendolo con l’aria di chi non sta domandando un favore ma proponendo un patto.
Tra le bancarelle vide un volto che non incontrava da anni: Giulia, l’amica d’infanzia con cui aveva condiviso i primi segreti e le prime paure, poi persa tra gli sfollamenti e i ritorni. Si riconobbero prima negli occhi che nei lineamenti, cambiati dalla fatica e dal tempo. Si abbracciarono forte, come se potessero comprimere in quel gesto tutti gli anni mancati.
«Ti ricordi quando rubavamo le ciliegie dal giardino del parroco?» disse Giulia ridendo, e la risata le sfuggì come un suono quasi dimenticato.
Anna annuì e, per un attimo, la piazza grigia si riempì di luce estiva, di fronde verdi e di gonne leggere che correvano tra i filari. Ma l’immagine svanì presto, inghiottita dal vociare dei venditori che richiamavano l’attenzione sulle patate, sui cavoli, su un mazzo di carote ancora sporche di terra.
Parlarono poco del presente, quasi nulla del futuro. Si scambiarono invece ricordi, come se il passato fosse l’unico terreno solido su cui poter camminare senza esitazioni. Quando si salutarono, promettendosi di rivedersi presto, Anna sentì addosso una strana leggerezza, come se il peso dei giorni le fosse scivolato un momento dalle spalle.
Il pomeriggio scese presto, trascinando con sé ombre lunghe tra le vie. In casa, il ticchettio dell’orologio sembrava più rumoroso del solito. Lucia faceva i compiti a voce alta, sillabando le parole del dettato, mentre Carlo, con la matita tra le dita, disegnava un treno che correva su binari infiniti verso una stazione che non aveva ancora un nome. Fuori, qualcuno accendeva la radio: una canzone sentimentale, la voce un po’ graffiata di una cantante che parlava d’amore e di promesse leggere.
Quando Marco tornò, il buio era già sceso del tutto. Posò la borsa accanto alla porta e si tolse il cappello, scuotendo la testa come per liberarsi di qualcosa che non si vedeva. Anna gli andò incontro e, senza parlare, gli sistemò la sciarpa al chiodo, gli sfiorò le mani ancora fredde. A tavola, tra il vapore della minestra e il pane tagliato in fette sottili, si raccontarono la giornata con frasi brevi, interrotte dalle domande dei bambini, dai rumori piccoli della casa.
Più tardi, quando i bambini dormirono e il silenzio tornò a occupare gli angoli, Anna si sedette vicino alla finestra. La nebbia si era diradata e dalla strada saliva il chiarore giallastro dei lampioni. Pensò a quel giorno appena trascorso, così simile a tanti altri eppure, in qualche modo, unico. In quei gesti ripetuti, nelle stesse frasi, nelle stesse corse, sentiva scorrere sotto la superficie qualcosa di ostinato, una forza silenziosa che teneva insieme le crepe delle case, le paure, i desideri.
Non avrebbe saputo darle un nome. Ma, guardando il respiro tranquillo dei suoi figli e il profilo stanco di Marco addormentato sulla sedia, pensò che forse era questo, in fondo, il vero miracolo del dopoguerra: la capacità di continuare, giorno dopo giorno, a costruire qualcosa che assomigliasse a una vita.
