Un giorno a Venezia


Era una giornata uggiosa qui a Bergantino, una di quelle giornate in cui vorresti fare tante cose, ma quel grigio piombo ti porta ad ancorarti alle tue care quattro mura, a sdraiarti sul tuo comodo divano e a passare tutto il tempo dando la tua mente in pasto ai media e ai pixel della tua tv e/o del tuo pc. E poi, quando viene sera, ti accorgi di aver sprecato tutto quel tempo facendo… nulla!!
Per questa serie di motivi io non volevo essere il pasto della mia tv quel giorno, e anche se avevo in corpo solo 5 ore di sonno, anche se la sera prima qualche birra mi era finita nello stomaco e qualche sigaretta mi aveva infiammato la gola, decisi di partire con un amico, partire per un viaggio che non sarebbe stato un viaggio qualunque.
Una delle meraviglie del mondo ci stava aspettando, là circondata da acqua e magia, la grandissima Venezia!
Ma per ora erano solo le 8 del mattino, e pioveva, e aprii la porta di casa,e salii sulla macchina, direzione la stazione di Legnago…
Eravamo in sette, forse otto ad attendere quel treno, e fu tutto sommato un’attesa tranquilla, a parte quel ragazzino con qualche chilo di troppo che pensò bene di attraversare a piedi i binari per evitare la camminata nel sottopassaggio, che gli avrebbe permesso di smaltire qualcuna di quelle migliaia di calorie che presumibilmente ingurgitava ogni santo giorno, e quei tre tizi in mountain bike che dopo una breve contrattazione con la capo treno riuscirono a far salire con loro anche le bici.
Prima sosta: stazione di Rovigo, per cambio treno…
Alla stazione nulla era tranquillo, nemmeno il tabellone delle partenze, che cambiava idea ogni minuto, una volta un ritardo, una volta un cambio binario, una volta una cancellazione…e la gente?… la gente era sempre di corsa, tutti a seguire centinaia di bianconigli immaginari, con il biglietto che svolazzava, con valigie da trascinare che raggiungevano velocità assurde… sembrava una maratona senza percorso, una gara anarchica, in cui ogni direzione era percorribile, in cui l’arrivo era il binario giusto, ma trovarlo a volte diventava difficile come trovare il Santo Graal.
Noi due, grazie alle grandi risorse tecnologiche a nostra disposizione, avevamo già i biglietti stampati da casa la sera prima e nemmeno il binario fu difficile da trovare. Insomma, tutto andava per il meglio!

Su quel treno si stava stretti, alcuni provavano a dormire, altri continuavano a parlare, altri avevano la musica a palla nelle orecchie.
In sottofondo, oltre allo spostamento d’aria e allo sfregamento dei vagoni sulle rotaie, si sentivano lamenti di neonati, lamenti di un cagnolino chiuso in una specie di valigia bucherellata a zanzariera per permettergli di respirare durante quel viaggio agonizzante in cui sembrava un prigioniero innocente, e la voce calma, squillante e registrata della signora che indicava le stazioni in cui il treno sostava.
Ognuno era perso nei propri pensieri… nel come organizzare questo giorno di riposo lavorativo, che poi in realtà poteva diventare più pesante di un giorno di lavoro se si passava troppo tempo a provare ad organizzarlo passo dopo passo, senza improvvisare… qualcuno si sentiva già l’ansia salire pensando che dopo sarebbe ritornata la solita routine, la solita vita fatta di abitudini e di devozione al tempo, e quei momenti di relax si trasformavano in stress, paranoie e sorrisi soffocati dalla mente.
E in tutto questo frastuono, in tutta questa frenesia che imperversava tra la gente, fui colpito da una frase, da quattro parole, uscite dalla bocca di un bambino di sì e no 6 anni che, avvicinandosi alla madre seduta di fronte a me, pronunciò: “Ti voglio bene mamma!”.
In quelle parole vidi il senso della vita, l’amore, l’innocenza di un bambino, di tutti i bambini, che privi di inibizioni, di stereotipi, di falsi pregiudizi e di odio, riescono ad esprimere tutto ciò che sprigiona la loro anima… libertà e felicità.
E forse dovremmo essere un po’ tutti più bambini e meno adulti.
“PROSSIMA FERMATA: VENEZIA SANTA LUCIA!”

Appena fuori dalla stazione, giù dalle lunghe e larghe scalinate, si sentiva il vento soffiare e spostare con forza la pioggia, prima di qua e poi di là. Centinaia di funghi di tutti i colori si spostavano freneticamente, cercando un punto di riferimento, o la strada giusta, o un riparo; questi funghi erano tutti ombrelli aperti, guidati da turisti entusiasti e sprovveduti, che appena giunti a destinazione entravano in modalità avventura on e caccia al tesoro con la loro cartina in mano, maneggiata con la stessa esperienza che avevano i pirati sulle loro navi da battaglia.
Le vie principali pullulavano di ristoranti, bar, negozi di souvenir, gelaterie… le esche per i turisti erano lanciate e succulente, ora non restava che attendere.
Noi intanto ce ne stavamo a girare per vie secondarie, vicoli stretti e umidi che parevano tutti finire contro un muro, ma quando ti avvicinavi alla fine, potevi notare come quella via continuava, o a destra, o a sinistra, e tu ti ci infilavi, mentre le pareti raschiavano il tuo ombrello (troppo grande per quel luogo) e le tue scarpe schivavano pozzanghere, create dalla disconnessione del manto stradale, e turisti in modalità on che provenivano dal senso opposto.
In tutto questo caos di funghi, mappe, scarpe e pozzanghere, c’era chi se ne stava più tranquillo, cercando tra lo spreco umano una buona colazione e forse anche un buon pranzo: erano i famigerati piccioni, quegli strani volatili che in piazza San Marco sono addirittura un business (ci sono venditori abusivi di mangime da dare a codesti piccioni per attirarseli su di sé a flotte) o uno sfogo per bambini, che felici e urlanti, li rincorrono per decine di metri, prima di vederli volare lontano… i netturbini con le ali, i netturbini di Venezia, i piccioni.

Dopo minuti e minuti di girovagare tra viuzze e viette, l’ora divenne strategica per il nostro stomaco e per il portafogli dei ristoratori, quindi per accontentare un po’ tutti, iniziammo la ricerca di un buon posto in cui mangiare.
C’era quello con il ristoratore fuori che ti diceva che lì era tutto fresco e buono e accogliente e bello (insomma, il paese dei balocchi); c’era quello deserto, con il vecchietto all’interno che salutava annuendo ogni volta che passavi lì davanti; poi c’era quello affollato, in cui l’attesa aumentava il piacere e il desiderio di mangiare qualcosa dal piatto della coppia che era seduta in fianco a te che, a causa di spazi ridotti, era solo a venti centimetri dal tuo tavolo.
Insomma, la scelta sembrava difficile, ma esausti e affamati, decidemmo di fermarci in un ristorante a lunghe vetrate color acciaio e bianco, con porte automatiche all’entrata, camerieri e cuochi pronti ad iniziare la danza dei pranzi,ed un piccolo tavolo apparecchiato a dovere ad aspettarci là in fondo, di fianco al bancone.
Non calcolai bene che effetto potesse fare mezzo litro di Merlot al mio corpo, ma quando anche una bistecca da 300 grammi contornata da patate al forno, rucola e pane morbido non riuscirono a fermare lo stato di ebbrezza che si stava insinuando in me, capii di aver fatto una mossa avventata al momento dell’ordinazione, forse una birra bionda si addiceva di più alla situazione.
Quando vidi il tavolo accorciarsi pensai che fosse un altro effetto del Merlot, ma invece fu proprio la cameriera, scusandosi con noi in inglese (“sorry”) a levare 30 centimetri di compensato, il che equivaleva in pratica ad un terzo del tavolo; questa mossa le servì per preparare all’istante una tartare di carne al tavolo di fronte a noi, in cui padre madre e 2 figlie attendevano con ansia la fine della preparazione di quella pietanza, madre e padre causa acquolina, figlie causa ribrezzo.
Il pranzo si concluse con un caffè macchiato (come la mia percezione della realtà) e una mancia all’italiana sul conto finale (zero, e ci stavamo perdendo).

Più ci avvicinammo a Piazza San Marco e più le vie erano popolate da vetrine piene di maschere di tutti i tipi, piccole, grandi, decorate, neutre, di ogni forma, colore e prezzo, come ad identificare un simbolo di questa città, il Carnevale, la festa, i sorrisi e i coriandoli.
Per non farci mancare nulla entrammo in uno di questi negozietti con l’insegna “Tutto a un euro” e comprammo una strana maschera tutta bianca, col naso lungo (che più tardi scoprii essere la maschera raffigurante la professione dei dottori e infermieri) per un nostro amico che la sera stessa festeggiava il suo compleanno.
Quella scomoda maschera mi sarà d’impiccio da lì alla fine del viaggio e toccherà terra come minimo una ventina di volte, non male direi.
Toccò il suolo in quella stramba libreria, colma di libri e carente di spazio, che si affacciava da un lato sul canale e dall’altro su una piccola scalinata formata da libri vecchi e consunti, diventata ormai luogo ideale in cui scattarsi una foto ricordo della città.
Toccò il suolo in quella birreria stile anglo-scozzese, dall’atmosfera rilassante dovuta all’effetto della birra, alla poca illuminazione e alla carenza di clienti; non mancavano di sicuro i ragni, viste le innumerevoli e millenarie ragnatele che ricoprivano ogni possibile angolo del locale.
Toccò il suolo in piazza San Marco, in cui vento, pioggia e piccioni la facevano da padrone, e mentre una fila di circa venti metri attendeva di entrare nel famoso campanile, noi ce ne stavamo lì in centro ad osservare la lunghissima colonna sormontata dal simbolo della città, il grintoso leone.

Mangiare un gelato in centro è la cosa più semplice del mondo, viste le innumerevoli gelaterie presenti in ogni via, con banconi colmi di gusti diversi e nomi bizzarri e coni e coppette di ogni dimensione, che anche se sei pieno come un uovo ti vien voglia di prenderlo, di assaggiare tutti quei colori.
Noi, ad ogni gelateria che incontravamo, ripetevamo: “Ci fermiamo alla prossima”, fino al punto di non trovarne più per centinaia di metri.
Poi, come per farci un piacere, eccola là una gelateria tranquilla, pronta a farci assaporare una coppa a tre gusti, comodamente seduti fuori immersi nella brezza non troppo primaverile.
E proprio quando fummo li seduti, in quel momento, notammo la crudeltà della concorrenza, sotto forma di un insegna che diceva “Gelato artigianale di Venezia” e faceva cadere l’occhio nel locale deserto in cui nemmeno si vedeva il commesso. Due gelaterie, una di fronte all’altra… Maledetta concorrenza.

Che c’è di meglio di un aperitivo all’ora di aperitivo, oltretutto in un bar/ristorante vicino alla stazione?
Niente, direi!!! Il problema è che forse la birra come aperitivo è considerata illegale in quel di Venezia, perché se prendi l’Aperol hai accesso al banchetto con patate e stuzzichini vari, invece se prendi una birra allo stesso costo e provi ad azzannare una patatina, subito il barista ti bacchetta… ah e se non prendi niente e ti siedi e basta puoi tirar notte.
Mah… Valli a capire te!!!
La stazione è sempre una gran confusione… code alle biglietterie automatiche, con striscia gialla posta a un metro e mezzo circa da esse, da non oltrepassare, aspettando il proprio turno… ovviamente mai rispettata; macchine timbra biglietti, quattro su quattro non funzionanti… gente di corsa, gente in affanno, chi con quattro valigie, chi con una borsa, chi con un ombrello e chi con le mani in tasca e il passo tranquillo.
Noi eravamo una via di mezzo tra le mani in tasca e l’affanno e stavamo constatando che anche la quarta timbra biglietti su quattro non andava, quando comparve una ragazza spaesata ma decisa che ci chiese dei soldi, che lei purtroppo non aveva, per prendere il biglietto di ritorno… pensai e pensai e alla fine le diedi un euro, gesto non approvato dal mio amico (che mi disse che ce n’erano tanti che facevano così per raccattare qualche euro) e da una parte della mia coscienza… buona azione o figura da coglione?… probabilmente non lo saprò mai.
Il treno era pronto a partire e noi già seduti, stanchi e soddisfatti, pronti a salutare Venezia, forse un po’ meno pronti a sentire i discorsi altisonanti dei nostri due compagni di viaggio momentanei che si sedettero proprio in fianco a noi; una signora sulla sessantina, probabile impiegata in una casa editrice o roba simile e autorizzata a premiare le fotografie migliori in diverse manifestazioni e un ragazzo sulla trentina, dall’aspetto intellettuale e dall’impiego ignoto a Vicenza, cioè 30/40 minuti di autostrada da casa sua, un qualche quartiere di Padova.
Dei venti minuti di dialoghi ininterrotti tra loro, imparai che Vicenza la sera è una noia, Padova è dieci volte meglio, Treviso sta migliorando ma negli anni 90 era solo negozi Benetton ed eventi sportivi, la foto è una bella cosa, il fumettista italiano più in gamba in circolazione si beve tre bottiglie di vino al giorno, andando in autostrada ogni giorno può capitarti un incidente o una coda e il silenzio ti manca soprattutto quando non c’è, e quando ne hai bisogno… proprio come in quel momento.
A Padova scesero entrambi, per la nostra (e penso di molti altri) gioia, e tornata la tranquillità ripensai a quella città unica che riempì quella giornata e mi tornò in mente il vento, che accompagnò senza sosta quell’avventura. Quasi quasi mi parve di sentirlo soffiare ancora, tra le vie strette e umide, tra le acque del canale, tra i ristoranti, i bar, le piazze, le luci, i colori, le maschere… e raggiungere un piccolo negozietto di souvenir, sollevando e facendo volare via lontano, verso il cielo, una cartolina lucida e piena di foto, che diceva : “Saluti da Venezia”.

27/04/2016
E.B.

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