Il ritorno di Nerdo

12 minuti alle 22 di un venerdì sera qualunque, nelle terre umide che il piccolo paese di Bergantino delimitava senza alcun vanto.
Il forte vento che seguì la copiosa nevicata pomeridiana aiutò gli abitanti a decidere il da farsi per quella serata: casa, divano e tv; ma non per tutti.
Tra le quattro mura del “Cujo’s Pub” le luci scintillanti e il suono della sfera che, lanciata dalla molla verso l’autostrada per l’inferno, sbatteva su tutti i respingenti prima di essere catapultata sulle colline, davano un po’ di vita alla desolazione che avvolgeva il locale.
Dietro al bancone Charlie asciugava i boccali da pinta accuratamente, attento a non lasciare aloni, mentre Giogiò era alla sua quarta partita senza successo contro l’acerrimo rivale delle serate post lavoro: il mitico flipper “Jump in the fire”.
Quel flipper aveva visto in faccia 6/7 generazioni di ragazzini alternarsi a sfidare le sue grandi palle infuocate, e solo una volta erano stati superati i 500000 punti, nella serata leggendaria in cui Nerdo finì quasi in coma etilico per avere scommesso di bere un bicchiere da 0,2 di limoncino ogni 50000 punti fatti.
Ma quella ormai è storia, Nerdo si trasferì poi negli Usa e divenne un programmatore da 300000 dollari annui, anche se in qualche modo quella sera tornò anche lui al Cujo’s.
Charlie appoggiò l’ultimo boccale sullo scaffale proprio mentre la porta del pub si aprì con un colpo secco. Una folata di neve entrò nel locale insieme a un uomo con un cappuccio nero, la barba leggermente imbiancata e una valigia consumata.
«Una birra. E una partita.»
Giogiò non gli diede troppo peso. Lasciò il posto davanti al flipper con un sorriso amaro.
«Fai pure. Tanto oggi non vuole saperne.»
L’uomo infilò una moneta. Il “clang” metallico risuonò nel silenzio del pub come una campana.
Charlie alzò gli occhi.
«…Nerdo?»
L’uomo sorrise senza rispondere.
La pallina partì.
Sembrava danzare. Ogni rampa, ogni bumper, ogni passaggio segreto veniva colpito con una precisione irreale. Nessuno parlava più.
Sul tabellone il punteggio iniziò a salire.
100.000.
250.000.
430.000.
Fuori il vento continuava a ululare.
499.800.
Giogiò trattenne il fiato.
Un ultimo rimbalzo.
500.010.
Il record era caduto.
Il flipper esplose in una cascata di luci rosse mentre dagli altoparlanti gracchianti partì il riff di Jump in the Fire. Charlie stappò una birra senza nemmeno chiedere.
«Offre la casa.»
Ma quando si voltò verso il bancone, il giocatore non c’era più.
Solo una moneta americana da un quarto di dollaro era rimasta accanto al bicchiere ancora pieno.
Charlie la prese tra le dita e sorrise.
«Ve l’avevo detto che sarebbe tornato.»
Da quella sera nessuno riuscì più a battere quel punteggio.
E ancora oggi, quando fuori nevica e il vento attraversa le campagne di Bergantino, qualcuno giura che poco prima delle dieci si senta il rumore di una porta che si apre, una moneta che cade nel flipper e una pallina d’acciaio che ricomincia, ostinata, a saltare tra le fiamme.
Perché certi record non appartengono a chi li fa.
Appartengono ai luoghi che hanno deciso di ricordarli.
E.B.


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