Era una di quelle giornate in cui la gente di Bergantino preferiva restare dentro le quattro mura di casa piuttosto che cuocere a fuoco lento per le strade del paese.
Ma la vita andava avanti lo stesso. E con essa anche il Cujo’s Pub.
Charlie era sempre lì, dietro al bancone, con il nuovo condizionatore acceso. Aveva finalmente sostituito quelle vecchie e rumorose pale che per anni avevano tagliato l’aria infuocata delle giornate estive e che, nel loro continuo girare, sembravano quasi sussurrarti parole in una lingua antica.
Scandivano il tempo.
Forse il tuo tempo.
Quello che avevi buttato via o quello che avevi ancora da usare.
Il silenzio assordante che serpeggiava tra i tavoli, le sedie, il biliardo e le scintille del flipper fu interrotto dalla porta che si aprì, lasciando entrare il primo cliente del pomeriggio.
Era lui: Gigi.
Pronto a combattere il caldo della giornata con una bella bevuta da Charlie.
«Ciao, Charlie!»
«Ciao, Gi! Il solito?»
«Hai un’idea migliore?»
«Mah, ci sarebbe il Jeepster. Ma per quello serve la chiave. A meno che tu non ce l’abbia in tasca, dovrò farti il solito.»
«Fa’ pure. Mi sa che quel Jeepster resterà lì ancora a lungo!»
Stavano parlando della famigerata bottiglia di liquore Jeepster, una bottiglia che era stata portata anni prima, addirittura dal padre di un cliente fisso del locale, di nome Giordano.
Suo padre aveva portato quella bottiglia da Charlie e gli aveva detto:
«Te la porto come scherzo. Guarda: è dentro questa gabbia d’acciaio chiusa a chiave. La chiave non ce l’abbiamo, quindi io ti porto questa bottiglia. La lasci lì, se vuoi, insieme agli altri superalcolici. Chi riuscirà ad avere la chiave per aprirla potrà bersela.»
E infatti, era esattamente dal 1986, quindi da quarant’anni, che Charlie custodiva nel suo bar quella bottiglia di Jeepster.
E ancora nessuno era mai riuscito ad aprirla.
«Ah, Charlie, devi chiedere a Giordano per quella bottiglia. Io la chiave purtroppo non ce l’ho. E nemmeno lui, perché suo padre la portò qui nell’86 ed è ancora qua. Ogni volta che viene la guarda con quel suo modo nostalgico. Sai, magari è anche un ricordo di suo padre. Chissà, magari un giorno riuscirà ad aprirla. Ma la vedo molto dura. Mi sa che durerà più lei del flipper.»
«Potrebbe essere, potrebbe essere, Gigi. Ma sai, io penso invece che qualcuno, un giorno, aprirà quella gabbia e troverà una bella sorpresa.»
Charlie si girò, finì di spillare la media a Gigi e tornò a ripulire il bancone con il suo straccio.
Appena uscito dall’autostrada a Occhiobello, il camion con la scritta Sweet Dreams sui lati si stava dirigendo verso quel paesino quasi sperduto nelle campagne del Polesine.
Era un paese piccolo.
Ma c’era un luogo che apparteneva alla magia che l’autista del camion era in grado di svelare.
Perché, dentro il portaoggetti del suo camion, aveva delle chiavi magiche.
E una di quelle chiavi apriva una gabbia.
Una gabbia che si trovava dentro un bar chiamato Cujo’s.
Ed era proprio quella la sua destinazione.
Gigi aveva appena finito la sua birra quando la porta si aprì.
Entrò Giordano.
«Ah, guarda Charlie! A parlare del diavolo…»
«E ciao ragazzi. Ciao, Charlie. Ciao, Gi. Come va?»
«Stavamo proprio parlando di te, Giordano. Della bottiglia di Jeepster. Sai, volevamo farci un goccio!»
«Mi dispiace, ma quella bottiglia è diventata una vera maledizione ormai. È un ricordo di mio padre e speravo di riuscire ad aprirla. Ho cercato anche la chiave, sai, quando ho ripulito casa. Ma niente da fare. Non c’è. Non c’è quella chiave. E quindi, Charlie, questa Jeepster rimarrà a farti compagnia ancora per un po’.»
«Ah, ma non c’è problema, Giordano. La teniamo qui e aspettiamo. Intanto, cosa ti faccio? Il solito shakerato?»
«Sì, Charlie. Vai pure.»
Il termometro fissato sopra l’insegna della farmacia di Bergantino segnava 36 gradi quando, tra le strade deserte del paese, fece capolino il camion Sweet Dreams.
L’autista scrutava la strada in cerca del Cujo’s, fino a quando finalmente lo vide.
Era in fondo alla strada.
Ed era il luogo in cui avrebbe potuto mettere fine a uno dei più grandi misteri di quel posto.
Accostò il camion e si apprestò a entrare nel locale.
Sentendo il rumore del camion che parcheggiava dall’altro lato della strada, Giordano e Gigi si guardarono in faccia, stupiti.
«Gi, ma chi è quel pazzo che viene in camion qua?»
«Guarda, non ne ho idea. Sarà uno che si è perso. O forse vuole farsi un bicchiere con noi. Vero, Charlie?»
«Ah, guarda, non c’è problema. Il bar è aperto a tutti e a tutto, come sempre!»
Nel frattempo si aprì la porta.
Entrò l’autista del camion.
Era alto, con barba e capelli lunghi e uno sguardo poco amichevole. Indossava un giubbino di pelle e stivali a punta.
Nel vederlo, i tre rimasero un po’ sorpresi.
L’uomo si avvicinò al bancone.
«Salve, signori. Vorrei farmi un goccio di Jeepster.»
Charlie lo guardò in modo strano.
«Jeepster hai detto? E come fai a sapere che qua abbiamo il Jeepster? E comunque non penso che tu riesca a berlo, a meno che tu non abbia la chiave.»
«Ah, ma io sono venuto qua proprio per quello. Se vuoi farmi vedere la bottiglia…»
Charlie tirò giù la bottiglia.
Giordano rimase stupito.
Era lì da quarant’anni.
Charlie la appoggiò sul bancone.
«Guarda. Il proprietario di questa bottiglia ce l’hai proprio qua davanti. È lui.»
Indicò Giordano.
«Sì, esatto. La portò mio padre quarant’anni fa. E tu dici di avere la chiave per aprirla? Mi sembra molto strano.»
«E invece è proprio la verità.»
L’uomo infilò una mano nella tasca del giubbino e tirò fuori una chiave d’oro.
Era molto grande e pesante.
La porse a Giordano.
«Tieni. A te l’onore di aprirla.»
Giordano, ancora stupito, prese la chiave.
La infilò nel lucchetto.
Girò.
Si sentì il meccanismo scattare.
Click.
Incredibilmente, la gabbia che conteneva la bottiglia era aperta.
Per qualche secondo nessuno disse nulla.
L’autista guardò Giordano.
«Ragazzo, credo che oggi sia il tuo giorno fortunato. Però, prima che tu apra quella bottiglia, devo darti una lettera che mi è stata consegnata tanto tempo fa. Avrei dovuto consegnartela nel momento in cui la gabbia fosse stata aperta.»
L’uomo tirò fuori una lettera vecchissima.
La carta era ormai ingiallita e piegata ai bordi.
La aprì e la diede a Giordano.
Giordano rimase esterefatto davanti a quella scrittura a penna. O, probabilmente, a una piuma intinta nell’inchiostro.
La calligrafia in corsivo era approssimativa, ma molto chiara.
Diceva:
«Caro Ottavio,
lascio il tesoro che sono riuscito a recuperare dal vascello dentro questa bottiglia. Però, per sicurezza, la chiudo in una gabbia.
La chiave la porterò in un posto sicuro. Tu chiedi ad Abice della taverna per quella chiave e non dire mai a nessuno di questa cosa.
Con affetto,
Eugenio.»
Giordano rimase impietrito.
Quello che aveva scritto la lettera era suo bisnonno Eugenio.
E l’aveva scritta per suo nonno Ottavio.
Quella chiave era rimasta nascosta per così tanto tempo, chissà dove.
Ma, soprattutto, a cosa si riferiva quel tesoro recuperato dal vascello?
Non sarà mica stato quel vascello dei briganti che, secondo la storia, diedero poi vita al paese di Bergantino?
Le domande si affollarono nella testa di Giordano.
Ma non ebbe nemmeno il tempo di formularle.
L’autista si apprestò a salutare le tre persone all’interno del bar.
«Bene. Io qui ho finito. Vi ringrazio e spero che stiate bene. E tu sei stato veramente fortunato. Arrivederci.»
Nessuno disse nulla.
L’uomo si girò, aprì la porta e uscì.
Anche Charlie rimase senza parole.
Dopo un istante, nello stesso silenzio assordante che aveva accompagnato quel pomeriggio, Giordano si apprestò ad aprire la bottiglia.
«Vediamo un po’ cosa c’è dentro. Siete pronti?»
«Sì, vai Giordano, vai!» disse Gigi.
«Vai, Giordano. È il tuo momento. Mi si è liberato un posto nello scaffale proprio oggi», disse Charlie.
Giordano aprì la bottiglia.
Guardò dentro.
Rimase senza parole.
Poi la capovolse e vuotò il contenuto sul bancone.
Caddero una dopo l’altra una trentina di monete d’oro.
Ma non erano monete qualsiasi.
Erano antichissime.
«È veramente incredibile, Giordano. Queste qua saranno di chissà quale epoca. E poi sarà sicuramente oro. È meglio che le nascondi in fretta.»
«Sì, ragazzi. Non ho veramente parole. Adesso le metto via e vado subito a casa. Però mi raccomando, promettetemi che non direte niente a nessuno.»
Gigi non ebbe nessuna esitazione.
«No, puoi stare tranquillo. La mia bocca è una tomba.»
Charlie alzò lo straccio, se lo mise sulla spalla e disse:
«Quello che succede al Cujo’s rimane al Cujo’s.»
E mentre Giordano usciva dal bar, il rumoroso camion Sweet Dreams aveva già ripreso la strada statale.
Direzione:
una nuova gabbia da aprire.
E.B.


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